La democrazia della strada
Ha ragione Angelo Panebianco (sul “Corriere della sera” di lunedi 22 ottobre): i partiti dovrebbero interrogarsi sul significato del risveglio dell’attenzione popolare per i problemi politici. Anzi, da subito -aggiungiamo noi- i partiti dovrebbero preoccuparsi, almeno un poco di questo fenomeno : dato che da subito è chiaro che dietro questa mobilitazione di parecchi milioni di persone c’è una critica all’attuale sistema politico, un’antipolitica per ora ma solo per ora positiva e costruttiva. Cinquecentomila in piazza per la destra, un milione in corteo per la cosa rossa, tre milioni e mezzo nei gazebo delle primarie del pd, cinque milioni di partecipanti al referendum per il welfare. Non si vedeva da decenni. Dunque, esultano nelle segreterie dei partiti, di destra, di sinistra e di centro, l’antipolitica non ha vinto, il libro di Stella e Rizzo, nonostante il milione di copie vendute, ha suscitato più curiosità che sdegno, e lo stesso le piazzate di Beppe Grillo. Ma è proprio così? I sondaggi dicono che il venti per cento dei votanti delle primarie hanno partecipato al corteo della sinistra, altre ricerche fanno scoprire che alla vittoria di Veltroni hanno contribuito, oltre a un certo numero di preti, suore, qualche vescovo e arcivescovo e l’outsider Francesco Cossiga, anche tesserati, perfino consiglieri comunali e assessori di An e di FI. Per questi e tanti altri motivi il messaggio diventa meno chiaro di quanto i leader e i sottoleader di ogni colore abbiano pensato e proclamato e s’intravede come non unanime ma consistente la volontà popolare di ottenere una presenza diretta e costante nella politica proprio per far sentire il fiato sul collo ai pochi che della gestione della politica hanno finora avuto il monopolio con i risultati che conosciamo. La democrazia della strada è stata ed è dunque sopratutto un avvertimento popolare: di cui i partiti farebbero bene a tenere conto se non vogliono essere mandati in pensione.
da mariopinzauti
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