Un dittatore a casa propria
Nel bilancio della campagna d’Italia di Gheddafi ci sono momenti in cui il riso a crepapelle è irrefrenabile ma altri, in compenso, in cui incredulità e rabbia si uniscono altrettanto fatalmente: e non solo nei confronti del leader libico ma anche di chi lo ha chiamato a casa nostra, lo ha omaggiato, vezzeggiato, esaltato. Tra i momenti diciamo buffi, anzi grotteschi di questa visita ci sono le affermazioni sui diritti delle donne che gli avrebbero fatto meritevolmente guadagnare il titolo di paladino del femminismo se nei fatti di casa sua il gentil sesso non fosse relegato ai margini della società . Alla seconda categoria di momenti appartengono le parole con cui, prima al Senato, poi all’università romana, infine nell’incontro con gli industriali Gheddafi ha non solo insegnato alla classe dirigente italiana e ai giovani che l’unica democrazia funzionante è quella assicurata alla dittatura ma- dopo aver annunciato che l’Italia per la Libia è un partner commerciale privilegiato-ha voluto precisare che così non sarebbe se il nostro paese fosse guidato dalla sinistra anziché dal suo grande amico Silvio. Ora se la sua ricetta sulla migliore governance può essere accolta con fastidio, anche notevole, se seguita dalla dichiarazione d’amore per Silvio e di avversione per la sinistra diventa un’indebita interferenza negli affari politici italiani e anche un ricatto perché in questo momento di crisi economica Gheddafi avverte che la Libia potrebbe chiudere o restringere i rubinetti degli scambi con il nostro paese se al governo ci fosse l’attuale opposizione, dicendo tutto questo mentre gran parte dell’Italia si prepara a votare per i ballottaggi del 21 giugno.
Non c’è dubbio che altrove fatti di questo genere farebbero balzare in piedi per un coro di proteste tutto un popolo, compresi, per dignità nazionale, gli amici di Berlusconi. Ma non siamo altrove, siamo qui, dove un dittatore può sentirsi e comportarsi come a casa. propria
da mariopinzauti
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