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Quando regna la paura
Paura del nuovo, paura del diverso, paura dello “spariglio”, paura del cambiamento. Il fuoco di fila, immediato e sfottente, contro le dichiarazioni di Debora Serracchiani, di chi si è schierato con il vecchio, con l’apparato, mi conferma l’impressione che il PD non sia vissuto come l’occasione del nuovo ma come un apparato da occupare. Ho stimato Bersani, l’ho apprezzato per quanto ha fatto ma, dopo averlo ascoltato, ho sentito lo stantio dei vecchi discorsi, della vecchia e rispettabilissima politica. Cosa pretendere ? Solo quella sanno esercitare. Solo quella conoscono. D’Alema caposquadra non può che circondarsi di persone che si muovano come lui. Non paghi di essere stati sbaragliati dall’irritualità di Berlusconi e distrutti dalla Lega che ha fatto vedere come si lavora sul territorio, tornano alla carica parlando di alleanze, uomini e poltrone. La paura di dover giocare su nuovi terreni li terrorizza.Irrecuperabili. Anche la maggioranza li preferisce. E allora, mi sono detto, che anche loro hanno paura del nuovo, del diverso e preferiscono battersi contro l’ovvio piuttosto che contro il futuro. Ho letto i nomi di chi si è già apertamente schierato con Bersani. Persone degne, degnissime a cui tutti noi dobbiamo molto. Persone che hanno fatto politica come potevano e sapevano. Oggi non basta più. Occorrono progetti, parole chiave che mobilitino il paese, non solo l’elettorato, idee guida su chi vogliamo essere. Pochi concetti, semplici, su cui aggregare consensi. Ma non parole belle ma generiche. Laicità. Certo, ma non basta. Voglio sapere come si intende esercitarla. Riforme. Ovviamente. Ma quali e in che modo, con quali tempi e soldi. Di questo abbiamo bisogno. E forse, come per la Nazionale di Lippi che ci ha fatto vincere un mondiale, è arrivato il tempo di cambiare. Bisogna scegliere gente giovane, desiderosa di provare, formarla e poi affidarsi. Coraggio, guardiamo avanti. Diciamo grazie a chi ha fatto tanto e accettiamo i loro preziosi consigli, ma nulla di più.
da luca ajroldi
Per evitare che al male segua il peggio
Nei nostri primi commenti ai risultati elettorali abbiamo puntato indici e sguardi soprattutto sulle delusioni e le amarezze di Berlusconi. Poichè delusioni e amarezze in questi giorni postelettorali non si addicono purtroppo solo al primo ministro è giunto però il momento di dire qualche parola anche sui guai del pd. Questo partito, che resta comunque la maggiore forza dell’ opposizione, è uscito ridimensionato dalle europee e ha perduto, nelle amministrative, un notevole numero di comuni e province. Poteva andargli anche peggio se una fetta notevole del suo elettorato anziché colpire con la propria protesta Berlusconi – che comunque meritava di essere punito- avesse condannato, con un voto contrario, o un’astensione, la paralizzante litigiosità interna del proprio partito e l’inefficienza politica che essa fatalmente produce. Il fatto che così non sia stato non può essere tuttavia motivo di consolazione. Offre solo il seguente avvertimento: il peggio per ora evitato diventerà inevitabile se dalla negativa esperienza del 6-7 giugno il pd non trarrà e utilizzerà gli anticorpi, se per scendere sul terreno dei fatti non si riuscirà a bandire comportamenti come quello di Matteo Renzi -il giovane candidato alla carica di sindaco di Firenze-che si divertì a definire pubblicamente “vice disastro” Dario Franceschini, successore di Veltroni alla segreteria del partito, o come quelli dei notabili di Napoli, Torino, Bologna, tante altre città in gran parte impegnati per parecchi mesi a polemizzare l’uno con l’altro.
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da mariopinzauti





