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Un dittatore a casa propria
Nel bilancio della campagna d’Italia di Gheddafi ci sono momenti in cui il riso a crepapelle è irrefrenabile ma altri, in compenso, in cui incredulità e rabbia si uniscono altrettanto fatalmente: e non solo nei confronti del leader libico ma anche di chi lo ha chiamato a casa nostra, lo ha omaggiato, vezzeggiato, esaltato. Tra i momenti diciamo buffi, anzi grotteschi di questa visita ci sono le affermazioni sui diritti delle donne che gli avrebbero fatto meritevolmente guadagnare il titolo di paladino del femminismo se nei fatti di casa sua il gentil sesso non fosse relegato ai margini della società . Alla seconda categoria di momenti appartengono le parole con cui, prima al Senato, poi all’università romana, infine nell’incontro con gli industriali Gheddafi ha non solo insegnato alla classe dirigente italiana e ai giovani che l’unica democrazia funzionante è quella assicurata alla dittatura ma- dopo aver annunciato che l’Italia per la Libia è un partner commerciale privilegiato-ha voluto precisare che così non sarebbe se il nostro paese fosse guidato dalla sinistra anziché dal suo grande amico Silvio. Ora se la sua ricetta sulla migliore governance può essere accolta con fastidio, anche notevole, se seguita dalla dichiarazione d’amore per Silvio e di avversione per la sinistra diventa un’indebita interferenza negli affari politici italiani e anche un ricatto perché in questo momento di crisi economica Gheddafi avverte che la Libia potrebbe chiudere o restringere i rubinetti degli scambi con il nostro paese se al governo ci fosse l’attuale opposizione, dicendo tutto questo mentre gran parte dell’Italia si prepara a votare per i ballottaggi del 21 giugno.
Non c’è dubbio che altrove fatti di questo genere farebbero balzare in piedi per un coro di proteste tutto un popolo, compresi, per dignità nazionale, gli amici di Berlusconi. Ma non siamo altrove, siamo qui, dove un dittatore può sentirsi e comportarsi come a casa. propria
da mariopinzauti
L’ultima umiliazione di Bush
Prima di avviarsi verso il meritatissimo ritiro il presidente uscente degli Stati Uniti d’America, George W.Bush, ha avuto a Roma l’ultima umiliazione. Lui, ancora comandante supremo del suo paese, ancora massima autorità della massima potenza mondiale è stato pressocchè ignorato dai cittadini della capitale italiana. Eppure non erano mancate le iniziative per richiamare su di lui l’attenzione popolare, in positivo, anche in negativo, cioè per favorire bagni di folle esultanti, o anche cortei di contestatori imbufaliti. Si erano mobilitati diecimila tra agenti e carabinieri, i tetti di molti edifici delle vie centrali erano stati popolati di cecchini pronti al fuoco, interi quartieri erano stati chiusi al traffico. Questo popò di mobilitazione ha fatto tanto spettacolo ma non ha impaurito nessuno. Perchè non c’era nessuno da impaurire, dato che il massimo del pericolo da fronteggiare è stata, giovedi, una pacifica manifestazione di 2 mila “no wars” ? Certo. Ma anche, secondo noi, per altri motivi. In tempi lontani, quelli dell’infanzia di chi scrive, la visita di un gran capo straniero (ad esempio Hitler a metà degli anni ‘30) riempiva le strade romane di folle osannanti. Qualche diecina d’anni dopo, nel dopoguerra, accadeva spesso che l’arrivo di un capo di stato o di governo proveniente da un altro paese scatenasse violenti scontri di piazza con teste rotte a volontà dalle manganellate della polizia.Oggi,invece,tre giorni di Bush a Roma e tre giorni di menefreghismo,d’indifferenza: solo qualche mugugno per i disagi provocati dalle misure di sicurezza. Come si spiega? Bush e il suo esegeta italiano, leggi Berlusconi, farebbero bene a chiedersi se questo fatto, assieme ad altri, non dica a loro-e anche a noi-che la gente,gran parte della gente sta perdendo ogni interesse per la politica: per questo tipo di politica almeno.
da mariopinzauti






